La verità sull’ecstasy

L’ecstasy è una sostanza sintetica psicoattiva, ovvero in grado di provocare effetti allucinogeni e stimolanti, assai affine alle amfetamine; per la precisione, questa sostanza (nota anche come MD, XTC, E, Adam o Molly) è una metamfetamina con spiccate attività eccitanti.
Il principio attivo dell’ecstasy fu sintetizzato per la prima volta nel 1912 da Anton Köllisch, un chimico dei laboratori Merck; la sostanza fu brevettata e lo scopo era quello di ricavarne successivamente un prodotto farmaceutico. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale però cambiò molto i piani produttivi delle case farmaceutiche tedesche e il brevetto dell’MDMA finì nel dimenticatoio per poi passare come bottino di guerra in mano agli Stati Uniti; nel 1950 l’Esercito USA fece realizzare diversi studi sull’MDMA, ma alla fine la sostanza non fu utilizzata per scopi militari.
Fu un biochimico americano a risvegliare l’interesse per l’ecstasy suggerendone l’uso a scopi psicoterapeutici. Da quel momento la sua popolarità divenne crescente e al termine degli anni ’70 del XX secolo, l’ecstasy era particolarmente diffusa come sostanza stupefacente negli ambienti underground. In Europa questa droga è giunta dieci anni dopo, passando dalle feste raves inglesi e via via poi diffondendosi in tutto il continente. In Italia è considerata sostanza stupefacente illegale dal 1990.
Generalmente l’ecstasy viene confezionata sotto forma di pastiglie di vario colore che riportano dei disegni; meno frequentemente viene smerciata sotto forma di capsule.
La sostanza viene assunta con modalità diverse; sempre più spesso l’ecstasy viene consumata dopo averla miscelata con bevande alcoliche alle quali conferisce un sapore amarognolo; altri consumatori la inalano o la ingeriscono direttamente. Alcuni tossicodipendenti, ma la circostanza è molto rara, assumono l’ecstasy per via endovenosa.

Ecstasy: il meccanismo di azione sul cervello

L’assunzione di ecstasy aumenta a dismisura la produzione di serotonina nel cervello, sostanza naturale coinvolta nell’organismo nella regolazione del sonno, dell’appetito e in generale dell’umore. Alcuni studi affermano anche un effetto neurotossico dell’ecstasy, ovvero la capacità di danneggiare permanentemente i neurotrasmettitori nel cervello e la capacità di produrre naturalmente la serotonina e la dopamina. Questa ipotesi potrebbe essere confermata anche dai danni permanenti dovuti al consumo abituale di ecstasy relativi all’insorgere di depressione (fino alle idee di suicidio), psicosi, attacchi di panico e turbe permanenti della memoria.

L’effetto più pericoloso da assunzione di ecstasy è l’aumento della pressione sanguigna, anche notevole, di per sé già pericolosa, ma che può essere letale in soggetti con patologie già presenti (problemi cardiaci, renali). Si registrano inoltre aumento della frequenza cardiaca, tachicardia, disidratazione dovuta a intensa sudorazione, crampi e svenimenti dovuti anche all’innalzamento notevole della temperatura corporea (fino a 43 gradi). L’insorgere di problemi cardiaci e/o respiratori e il surriscaldamento eccessivo del corpo possono essere causa di morte, anche in seguito a una sola assunzione.
A livello psicologico a breve termine si ha quasi immediatamente un calo notevole di serotonina che induce insonnia, perdita di appetito, scarsa concentrazione e riduzione della capacità di giudizio. Queste ultime in particolare sono molto pericolose per chi si mette alla guida di autoveicoli dopo il consumo di ecstasy.

Con l’assunzione di una dose di ecstasy si hanno immediatamente episodi di tachicardia, svenimenti e sudorazione intensa, disturbi della vista e attacchi di panico. Oltre alle interazioni con altri farmaci e agli effetti mortali che si possono avere a causa di patologie già preesistenti (ipertensione arteriosa, malattie cardiache, renali o diabete), l’uso continuato di ecstasy può portare all’insorgere di stati permanenti di depressione, paranoia, psicosi in genere, distruzione dei muscoli scheletrici, insufficienze renale ed epatica acute.

Assunzione di ecstasy: una scelta esistenzialmente sbagliata!

Anche l’ecstasy, come tutte le sostanze stupefacenti, induce dipendenza e anche notevole assuefazione, ovvero ogni volta è necessario assumere una dose maggiore per provare gli effetti legati alla funzione psicotica della sostanza. Oltre alle considerazioni relative al fallimento esistenziale di chi ricerca felicità artificiali effimere, già espresse a proposito di cocaina ed eroina, l’ecstasy risulta forse ancora più pericolosa per il consumatore occasionale perché è percepita come una piccola trasgressione, grazie alla modalità assai semplice di assunzione (in pastiglie). Bisogna poi considerare che le pastiglie contengono spesso, oltre al principio attivo, altre sostanze che ne potenziano l’effetto, come anfetamine, cocaina, caffeina, efedrina o anche farmaci per uso umano o veterinario.
L’ecstasy poi viene consumata in ambienti come discoteche o luoghi di ritrovo e può essere assunta quindi assieme ad alcol, il che complica ulteriormente il quadro clinico degli effetti collaterali. Basta una sola dose quindi per portare a conseguenze molto gravi, fino alla morte. Inoltre l’ecstasy può interagire con alcuni farmaci, che ne rallentano l’eliminazione dall’organismo e, di conseguenza, aumentano la sua tossicità. In particolare, l’ecstasy interagisce negativamente per l’organismo con alcuni farmaci antivirali e antidepressivi.

L’indagine 2013 sulla popolazione studentesca (un campione di 34.385 soggetti di età compresa tra i 15 e i 19 anni) svolta dal Dipartimento per le politiche antidroga, ha messo in luce i seguenti dati: cannabis 21,43% (19,4% nel 2012); cocaina 2,01% (1,86% nel 2012); eroina 0,33% (0,32% nel 2012), stimolanti metamfetamine e/o ecstasy 1,33% (1,12% nel 2012) e allucinogeni 2,08% (1,72% nel 2012).

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